Corriere Della Sera: Suicidato dagli antisemiti

di agostino gramigna  20. 05. 2004

 

di agostino gramigna

Ha venduto la casa per pa­gare le spese legali e ria­prire il caso di suo figlio. Adesso vive in un picco­lo appartamento con i genitori, al­la periferia di Londra. E non si ras­segna. Erica Duggan non crede al suicidio di Jeremiah, uno studente inglese di 22 anni che, secondo la polizia tedesca, avrebbe dato ap­puntamento alla morte un anno fa, all'alba, gettandosi sotto un'auto­mobile, a Wiesbaden. E si sarebbe ammazzato dopo aver partecipato a un meeting allo Schiller Institu-te. Ma qualche minuto prima di morire, Jeremiah aveva telefonato proprio a Erica: «Mamma è terribi­le, sono nei guai. Ho paura. Qui è troppo per me, non ne posso più, vorrei essere con te. Vorrei...». Erica è una donna forte anche se di aspetto gracile. È nata 55 anni fa a Londra, è ebrea, figlia di un uo­mo che riuscì, a Berlino, a sfuggire ai nazisti. Ora Erica pensa che sia

 

tutto un cinico e tragico gioco del destino: suo figlio morto proprio in Germania, investito su una stra­da che si chiama «Berliner Stras­se». Forse anche per questo non fa altro che pensare a quella telefona­ta. Secondo la polizia tedesca, si è trattato di suicidio. Lei, invece, si sta battendo per riaprire il caso. Forte anche del parere del medico legale del tribunale di Hornseiy, Dolman, che rigetta la tesi ufficia­le: «Jeremiah è stato risucchiato in un'organizzazione estremamente politicizzata» (Schiller Institute). E dell'appoggio del Foreign Office che le fornirà assistenza legale. Jeremiah Duggan studiava Lette­ratura inglese alla Sorbona di Pari­gi. Era andato in Germania per par­tecipare a un seminario organizza­to dallo Schiller Institute di Wie­sbaden. C'era andato in compagnia di un certo Benoix Chalifaux,

 

direttore della parigina Nouvelle So-lidarité, una delle molte riviste che fanno capo allo Schiller e ai segua­ci di Lyndon LaRouche. E LaRou-che non è certo un personaggio qualsiasi: americano, 82 anni, eter­no candidato alle presidenziali (ben otto volte), è un politico poco conosciuto in Europa, ma molto chiacchierato nel suo Paese. Milionario,   economista,   una lunga militanza nell'estrema sini­stra, con il tempo ha sposato teo­rie della destra radicale. Molti ac­cusano lui e la sua organizzazione di antisemitismo. Secondo il giu­rista Ingo Heinemann, membro dell'Agpf (l'associazione naziona­le che si occupa delle sette), uno dei pochi studiosi tedeschi dello Schiller, il movimento di LaRou­che ha come obiettivo quello di migliorare e salvare il mondo: «Trattandosi di una setta, il guru ha sempre ragione, e da direttive

 

 

 

OTTO VOLTE CANDIDATO

Lyndon LaRouche, impegnato in una delle sue otto campagne elettorali alle presidenziali Usa.

ai suoi seguaci. L'antisemitismo è una delle sue componenti, anche se nascosta». Jeremiah, dice sua madre, non sapeva niente di tutto questo. Era solamente convinto di partecipare a un convegno contro la guerra Usa in Iraq. Dopo l'il settembre era di­ventato antimilitarista, era andato a vivere a Parigi e qui aveva fre­quentato la gauche universitaria. Prima di mettersi in macchina per raggiungere Wìesbaden, era tranquillo. Durante il viaggio ave­va telefonato al padre, Hugo, per fargli gli auguri per il suo sessan­tesimo compleanno. Gli aveva det­to che era dispiaciuto di non poter partecipare alla festa a Londra, ma che quella era una buona opportu­nità per saperne di più sulla guer­ra e sul globalismo. Poi, la mattina del 27 marzo, alle 4,30, Jeremiah telefona alla fidanzata parigina, Mava, e subito dopo alla mamma. È terrorizzato, parla confusamente, dice di essere nei guai. Racconta pure di aver avuto una reazione esagerata quando, durante il mee­ting allo Schiller, qualcuno aveva dato la colpa della guerra in Iraq alla finanza ebraica. Si era alzato in piedi e aveva urlato: «Anche io sono ebreo». Quarantacinque mi­nuti dopo lo trovano morto, sul ci­glio di una strada. La polizia tede­sca archivia il caso in ventiquat-tr'ore. Suicidio. • A casa di Hugo Duggan, a Lon­dra, ci sono due cani e due gatti. Le ampie finestre danno su una strada piena di luce, alle pareti molte foto di famiglia. Mister Dug­gan è magro, alto, e sorride spesso, come se volesse nascondere la malinconia che traspare da tutta la sua persona. Jeremiah non c'è più. Il padre espone i fatti con pacatez­za,

 

sembra parlare di un ragazzo

qualunque, non di suo figlio. Il tic­chettio dell'orologio appeso alla parete scandisce il tempo durante le pause che Duggan si concede quando deve raccogliere i pensieri o mostrare un documento. «Anda­re incontro alle auto non è il modo migliore per suicidarsi», commen­ta. Una frase che aveva già detto ai poliziotti tedeschi. Sia chiaro: non parla esplicita­mente di un legame tra la morte del figlio ebreo e le posizioni anti-semite dei seguaci di LaRouche. È solo perplesso sulla rapidità con cui la polizia ha archiviato tutto. Stranamente, in Germania, la mor­te di Jeremiah è passata inosserva­ta. I giornali ne hanno parlato po­chissimo. Andiamo alla Comunità ebraica di Francoforte: nemmeno loro ne sanno qualcosa, Dieter Arlet, portavoce e capo della Procura di Wiesbaden, pur gentile, non fa nulla per nasconde­re una certa irritazione. Del caso non vorrebbe più parlare. Ha già rilasciato, dice, almeno una settan­tina di interviste ai giornali inglesi e alla Bbc. Secondo lui, si tratta di una montatura, un caso gonfiato. I fatti sarebbero chiari: «I conducen­ti delle auto non hanno alcun lega­me con Schiller. Quella mattina, il ragazzo inglese era solo, non era inseguito... Per noi la questione è chiusa: il ragazzo ha cercato di

 

 

ATTUALITÀ

 

LAPOLIZIATEDESCA; PER NOI È SOLO UNA MONTATURA

Per Dieter Arlet, della procura di Wiesbaden, il caso Jeremiah è chiuso: si è trattato di suicidio: «Non abbiamo elementi per incriminare qualcuno». In Germania la morte del ragazzo ebreo è passata inosservata. 1 giornali ne hanno parlato pochissimo. Anche alla Comunità ebraica di Francoforte dicono di non saperne nulla. Per raccogliere fondi, i genitori del ragazzo, Hugo ed Erica Duggan, hanno creato il «The Jeremiah Duggan Memorial Fund» (Bm Jerry, London Wcin 3XX).

 

 

buttarsi sotto le auto per ben 20 minuti, e alla fine ci è riuscito». 11 termine «montatura», casual­mente, riecheggia anche nelle pa­role di LaRouche e dei suoi adepti. Che accusano di montatura, ap­punto, i supporter di Tony Blair, la Già e i circoli finanziari ebraici. Fra i molti nemici di LaRouche c'è anche un centro di psicologia: il Tavistock Institute di Londra, fa­moso negli anni '70 per le sue tera­pie di avanguardia. E non è casua­le. Nella filosofia larouchiana c'è scritto che il complotto ebraico si esplica anche attraverso questa cll­nica. E proprio al Tavistock c'era stato pure Jeremiah, ma con la fa­miglia, quando i genitori si stava­no per separare. Hugo ed Erica Duggan decisero di fare una tera­pia di gruppo. La cosa finì li. I professori universitari e gli amici definiscono Jeremiah nor­male, intelligente e curioso. Era andato a Parigi perché la conside­rava la città della letteratura, idea­le per poter scrivere le sue poesie. Leggeva Hemingway, Beckett e Joyce. Suonava la chitarra e amava Bob Dylan. Da giovane aveva gio­cato a calcio nelle giovanili del-PArsenal. Ma la vera passione era il tennis. Aveva molti amici, sia a Parigi che a Londra, e in Francia aveva pure la fidanzata. Avrebbe voluto fare il giornalista: per que­sto aveva seguito a Wiesbaden

 

Benoit Chalifaux, di cui subiva il fa­scino, e che gli aveva promesso di farlo scrivere. Hugo Duggan si lascia andare ai ricordi, per esempio le partite a calcetto con Jeremiah. Intanto il cielo londinese diventa grigio, la pioggia batte contro le finestre. Ju-dith, la nuova compagna di Mr Duggan, si chiede: «Perché un ra­gazzo che ama la vita decide di buttarsi sotto un’auto? E che cosa ci faceva a quell’ora sulla Berliner Strasse?». Il fatto è che le autorità di Wiesbaden, aggiunge Duggan, hanno preso in considerazione so­lo le ultime ore della vita di Jere­miah. Forse il giallo della morte va ricondotto ai giorni precedenti, al soggiorno a Wiesbaden, alle pres­sioni che avrebbe ricevuto nello Schiller Institute. Già, pressioni. Si sa che, dopo la fine del seminario, una cinquanti­na di persone, tra cui Jeremiah, so­no rimaste in città per P« addestra­mento al culto». Secondo Heine-mann, LaRouche cerca di cancella­re l’identità dei singoli individui per creare una nuova figura larou­chiana. Ci avevano provato anche con Duggan jr? Forse, ma Jeremiah non aveva mai dato segni di squi­librio. Almeno fino alla mattina del 27 marzo, quando telefonò alla madre ed era chiaro che la sua vita fosse in pericolo. «Mi disse: ne ho abbastanza di questa Nouvelle So-Hdarìté, ne voglio uscire». E anche nella  telefonata  alla  fidanzata Maya è strano, parla a bassa voce, accusa un dolore alla gamba. Dice di essere sotto pressione. E aggiun­ge: «Stanno facendo esperimenti sulle persone con il computer. Però comincio a chiedermi se non sono io che mi immagino le cose». Insomma, farneticava.

 

Improvvisamente i contatti si in­terrompono. La madre telefona sul suo cellulare a tutte le ore. Chiama anche su quello di Sebastian, un ragazzo che divideva con Jeremiah la camera a Wiesbaden, e guarda caso nell'appartamento di un re­dattore del gruppo LaRouche, tal Reiner Apel. Sebastian, alle 9 di mattina, aveva telefonato a Maya per dirle che il suo fidanzato era sparito e, stranamente, per chie­derle se Jeremiah avesse avuto pro­blemi psicologici. Finalmente Eri­ca parla (al telefono di Sebastian) con una signora di nome Kramer, che si scoprirà poi essere la diret­trice dell'Istituto Schiller. Secondo il rapporto della polizia, sarebbe stata lei a portare il passaporto e lo zaino del ragazzo. Ma alla polizia la signora Kramer dichiara che Je­remiah era stato in cura presso un istituto psichiatrico. ' A Wiesbaden, Erica e Hugo Dug­gan riescono a parlare anche con Jonathan Tannenbaum, dello Schil­ler. «Vostro figlio è stato coraggio­so», dice, alludendo alla sua presa di posizione sull'essere ebreo. «Ma mai, prima, mio figlio aveva riven­dicato il suo ebraismo», afferma Htigo Duggan. Probabilmente è sta­to un gesto di contestazione. È la tesi di Chip Barlet, newyorchese, giornalista e studioso di LaRouche. «Probabilmente la reazione del gruppo Schiller alle resistenze di Jeremiah è stata quella di fargli pressione per convincerlo a lascia­re i legami familiari. Evidentemen­te, per Jeremiah, i vincoli religiosj e familiari erano troppo forti. È possibile che allora lo abbiano ac­cusato di essere una spia». Per questo Erica e Hugo Duggan vorrebbero riaprire il caso. Agostino Gramigna